domenica 22 marzo 2020

Quando l’arte incontra la moda articolo di Benedetta Cerri

L’arte e la moda, due mondi che all’apparenza potrebbero sembrare opposti, ma che forse, hanno più di un aspetto in comune. Non a caso, siamo costantemente immersi in un mondo dove gli stilisti si lasciano ispirare dall’arte e al contempo le gallerie aumentano le loro esposizioni dedicate ai grandi nomi della moda. Non solo.
La pittura ha ripercorso e si è evoluta in parallelo con la società e il mondo dell’innovazione. Se ci riflettiamo, la moda non è poi così lontana da tutto ciò.
Pensiamo solo alle ragioni che muovono le grandi case di moda nell’ideazione delle loro collezioni: tutte, in un modo o nell’altro, nascono per aiutare le persone a esprimere se stessi. E’ vero anche, che la moda è per sua natura temporanea e come l’arte, cambia e si adegua al volere sociale. Lo stesso cambiamento radicale, che subì l’abbigliamento femminile quando Coco Chanel e Yves Saint Laurent disegnarono negli anni 50 e 60 i primi pantaloni come simbolo dell’emancipazione delle donne, ne è un chiaro esempio.
Alla fine, anche se nella divisione delle Arti Tradizionali la moda non c’è, gli stilisti sono artisti e quando due artisti si incontrano, danno vita a qualcosa di incredibile…

5 stilisti che si sono ispirati al mondo dell’arte

Schiapparelli e Dalì

Elsa Schiapparelli è una stilista italiana che ha influenzato molto la moda femminile del XX secolo. Ebbe l’opportunità di lavorare con il grande artista Salvador Dalì alla creazione del "vestito aragosta", che rappresenta una delle più recenti collaborazioni avvenute tra uno stilista e un’artista. The famous 'lobster' dress by Elsa Schiaparelli and Salvador Dalí, 1937. The Costume Institute of the Metropolitan Museum of Art, New York.

Yves Saint Laurent e Mondrian

La collezione di Mondrian e Yves Saint Lauren non è stata una vera e propria collaborazione dal momento che lo stilista fu ispirato dal pittore e decise di rendere omaggio all’artista con la collezione Piet Mondrian. YSL, ispirandosi alla composizione a caramelle con le quattro linee gialle (1933) disegnò sei vestiti, contraddistinti da linee nere e blocchi colorati. 
Art & Fashion: Dress from YSL
Questi vestiti diventarono un’ icona dell’alta moda: qualcosa di facile da indossare e senza dubbio originale!

Yves Saint Laurent and Van Gogh

Yves Saint Laurent, non mancò ancora una volta di mostrare la sua passione da collezionista d’arte e nel 1988 presento un’intera linea ispirandosi a due famosi capolavori dell’artista Vincent Van Gogh, "gli Iris" w "i Girasoli". 
YSL fu anche il primo ad introdurre i tessuti “animalier” nelle collezioni e a far sfilare modelle di colore.

Jeff Koons e Louis Vuitton

Considerato erede di Andy Warhol e continuatore della Pop Art, l’artista americano Jeff Koons, famoso per affrontare temi legati al consumismo e al gusto kitsch del popolo americano, fu scelto dalla casa di moda francese Louis Vuitton per una collezione di borse ed accessori.  Così in un attimo, alcune sue copie originali delle opere di Leonardo Da Vinci, Rubens, Tiziano, Fragonard e Vang Gogh sono state riprodotte sulle borse simbolo della maison.
Louis Vuitton Masters Collection By Jeff Koons

Salvatore Ferragamo e la moda sostenibile

“Sustainable thinking”, si chiama così la mostra sulla moda sostenibile ideata da Stefania Ricci, direttrice del Museo e della Fondazione Ferragamo. Un percorso narrativo che alterna composizioni artistiche e installazioni, a scarpe e abiti, con un forte richiamo a materiali di riciclo e tessuti naturali.

Christian Dior 2008 1
Ma citiamo anche la collezione del 2008 di John Galliano, per Dior, che si è ispirato al periodo aureo e liberty della pittura di Gustav Klimt, dove ,oltretutto, è evidente il richiamo all’opera “La Medicina”- anche per quanto riguarda le acconciature -.
Secondo alcuni studiosi d’arte contemporanea un qualsiasi capo di abbigliamento documentato in un dipinto, aiuterebbe a dargli una collocazione temporale. Così come gli storici della moda sostengono che un abito disegnato su una tela dia movimento all’abito stessoSembra proprio che queste due forme d’arte si inseguano a vicenda, in un gioco di colori e simboli senza fine. Se allora è vero che la moda per secoli ha preso ispirazione dai movimenti artistici, allo stesso modo gli artisti si sono serviti dell’abbigliamento come strumento per dare realismo alle loro opere.

domenica 23 dicembre 2018

Elogio della donna di classe






Pink & black vintage woman in hat, gloves, wrap smoking cigarette. 

Che cos’è una donna di classe?
È una Signora con la “s” maiuscola; una donna che, qualunque cosa faccia (o non faccia) e dica (o non dica), rimane sempre al di sopra di se stessa.

Non si dà mai interamente: nel senso che non si svende, non si regala alle mode più facili, ma conserva sempre una parte di mistero, ossia di fascino.
Sì, perché il mistero è affascinante: è il non detto, il suggerito, l’implicito; è il riserbo, la discrezione, il pudore; è l’intimità che non si mette mai in piazza, che rimane fedele a un proprio codice di onore e di riservatezza.
È la femminilità che mantiene il rispetto di sé, che si veste di sobrietà e di senso della misura, perché consapevole che lo strafare non è mai veramente femminile e che l’esibire, l’ostentare, il gridare e il dimenarsi, si addicono alle donne da poco.
Una donna di classe è una persona di valore; una persona che sa di valere, ma senza superbia e senza altezzosità: anzi, che sa essere aristocratica anche nel poco, anche nel vestito modesto ma di buon gusto, così come nel trucco leggero, ma di sicura efficacia o nel profumo appena accennato, ma di ottima scelta.
Donne di classe si nasce e non si diventa; e lo si è a qualunque classe sociale si appartenga. Una donna del popolo, a determinate condizioni, può avere più classe di una gran dama o di una ricca borghese.
Non è questione di soldi e nemmeno di linguaggio. O si è signori nell’anima, o non lo si è; e questo vale per le donne, così come per gli uomini.
Un tempo le donne di classe si incontravano per via: erano la signora della porta accanto, la madre di famiglia, la commessa, l’impiegata.
Poi hanno cominciato a scomparire: messe in ombra da un esercito di ragazzine, di ragazzotte, di donne di mezza età e anche di donne più che mature, le quali, scimmiottando lo stile più volgare di mamma TV e facendosi avanti a gomitate, assumendo pose da bambola sexy e sfoderando un linguaggio da trivio, hanno fatto di tutto per attirare l’attenzione su di sé: sulla loro banalità, sulla loro vuotezza, sulla loro immensa, totale mancanza di buon gusto.
Sono scomparse anche dal mondo dello spettacolo, dal cinema, dalla televisione, dalla musica leggera, dallo sport e dalla stessa pubblicità.
Sono passati i tempi in cui una grande attrice come Virna Lisi, con garbo inimitabile, si prestava al piccolo schermo per la réclame di un dentifricio («con quella bocca può dire ciò che vuole»); o in cui Elsa Martinelli, diva controvoglia, faceva impazzire Hollywood, ma senza mai assumere, della diva, i capricci e la superbia.
È triste e desolante lo spettacolo delle donne di spettacolo che, al posto di queste autentiche signore, imperversano oggi: grossolane, sguaiate, disposte a fare qualunque cosa, ad abbassarsi a qualunque sconcezza, pur di ottenere un servizio fotografico su qualche rivista-spazzatura di gossip o una comparsata nei più mediocri programmi televisivi.
Le più giovani sognano di “sfondare” grazie ad «Amici» di Maria De Filippi o magari al «Grande Fratello», convinte di possedere chissà quali eccelse doti naturali e che molto esibizionismo e un po’ di faccia tosta possano compensare la mancanza di talento, di intelligenza, di gusto.
Sono le stesse che, nella vita di ogni giorno, se ne vanno in strada, a scuola e perfino in chiesa (quelle che ci vanno) con il perizoma a vista, la scollatura vertiginosa e i jeans talmente stretti da scoppiarci dentro; che si lasciano dietro una scia di profumo così forte, da costringere gli altri ad arieggiare le stanze dove sono passate; che si muovono con andatura grottesca su tacchi vertiginosi, atteggiandosi invano a donne fatali, mentre solo soltanto patetiche.
La donna di classe non teme le rughe e accetta di invecchiare senza ricorrere alla chirurgia estetica, che trasforma il viso in una maschera felina.
Sa di valere, anche se la modestia fa parte del suo abito mentale; perciò non tenta disperatamente di inseguire i perduti vent’anni, ma asseconda con grazia e intelligenza le diverse stagioni della vita, conscia del fatto che il fascino è qualcosa di molto più sottile e di molto più prezioso della bellezza che proviene dalla sola giovinezza.
Non si può essere giovani per sempre e non si deve cadere nel ridicolo di atteggiarsi a ventenni, quando si hanno sessant’anni; ma si può essere sempre raffinate, affascinanti, intriganti, purché si abbia classe.
Quando si ha classe, l’età diventa un elemento secondario o, addirittura, un ulteriore fattore di fascino; perfino le rughe, portate con dignità e naturalezza, possono accrescere il fascino, non diminuirlo; così come le belle persone restano tali anche indossando un vestito vecchiotto, purché pulito e di buon gusto; mentre nessun vestito nuovo, per quanto costoso e all’ultima moda, riuscirà mai a trasformare in meglio delle brutte persone.
La vera bellezza viene da dentro, non da fuori; e una donna di classe di settant’anni vale dieci volte più di tutte queste insulse ventenni che si agitano, smaniano e si contorcono per attirare, seminude, l’attenzione dei maschi che valgono quanto loro: vale a dire pressoché zero.
La donna di classe sa che uno spacco vale più di cento minigonne e sa che uno sguardo può lasciare il segno più di cento perle sull’ombelico, esibito coi pantaloni a vita bassa; sa che alludere è più raffinato che strillare, come sa che sussurrare è molto più sensuale che dire.
La donna di classe è affascinante anche quando non è più bella; o meglio, anche quando la sua bellezza, per motivi di età o altro, non rientra nei canoni stereotipati delle solite bellocce a un tanto il chilo che, oggi fanno molto parlare di sé ma che, domani, saranno già rientrate in quel nulla da cui sono uscite all’improvviso.
La donna di classe si muove con garbo, parla di cose interessanti, e nello sguardo le brilla una luce particolare: perché ama la vita, ma la ama con sensibilità e intelligenza, non con avidità e prepotenza.
Non è schiava delle mode, che vengono e vanno, perché possiede un’eleganza naturale, istintiva: si fa guardare anche se non veste firmato; ma gli sguardi che attira sono più di ammirazione che di volgare desiderio, perché suscita rispetto, non brame disordinate.
Certo, non tutti la sanno vedere e non tutti la sanno apprezzare: perché le persone di classe non si esibiscono e, quindi, passano inosservate a quanti hanno un animo volgare; ma proprio qui sta la loro forza; richiamano l’interesse di quelle che assomigliano loro, di quelle che sono loro parenti spirituali.
Sono la stupidità e la volgarità degli uomini che hanno decretato il successo delle donne narcisiste e grossolane; in compenso, queste ultime hanno gli ammiratori che si meritano: cervelli vuoti e, molto spesso, animi poco virili.
L’autentica virilità, infatti, riconosce d’istinto la vera femminilità e ne è subito attratta; e la vera femminilità non è quella delle bellone chiassose e volgari, ma quella delle autentiche signore, tanto raffinate quanto discrete.
Forse il più bell’elogio della donna di classe è stato scritto migliaia di anni fa e si trova nel libro in cui, forse, meno ci sarebbe venuto in mente di andarlo a cercare: nella «Bibbia», e precisamente nel «Cantico dei cantici» (2, 10-14; 4, 1-7):



«Andiamo,
amica mia,
mia bella,
vieni.
È finito l’inverno,
sono terminate le piogge.
Già spuntano i fiori nei campi,
la stagione del canto ritorna.
Si sente cantare la tortora.
I fichi già danno i primi frutti,
le viti sono in fiore
e mandano il loro profumo.
Andiamo,
amica mia, mia bella,
vieni.
Colomba mia,
nascosta nelle fessure delle rocce,
in nascondigli segreti,
fammi vedere il tuo viso,
fammi ascoltare la tua voce;
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è grazioso. 
[…]
Quanto sei bella, amica mia,
quanto sei bella!
I tuoi occhi, dietro il velo,
sono come colombe.
I tuoi capelli ondeggiano
Come un gregge
che scende dalle pendici del Galaad.
I tuoi denti mi fanno pensare
A un gregge di pecore da tosare,
appena lavate.
Tutte in fila, una accanto all’altra,
e non ne manca nessuna.
Un nastro di porpora
sono le tue labbra!
Com’è bella la tua bocca!
Dietro il velo,
le tue guance sono rosse
come uno spicchio di melagrana.
Il tuo collo
è come una fortezza,
fa pensare alla Torre di Davide;
mille scudi vi sono appesi,
sono gli scudi degli eroi!
I tuoi seni
sembrano cerbiatti
o gemelli di una gazzella
che pascolano tra i gigli.
Prima che soffi la brezza della sera
o le ombre si allunghino,
verrò di certo
alla tua montagna profumata di mirra
e alla tua collina d’incenso.
Sei bellissima,
amica mia,
sei perfetta.»



Sono passati almeno duemilatrecento anni, ma c’è ben poco da aggiungere.
Ci sembra di vederla, questa straordinaria donna di classe, che scende dai monti del Libano, snella e leggera, nella luce sfolgorante del mattino.
Fortunati gli occhi che la sanno vedere, che la sanno riconoscere

articolo di Francesco Lamendola postato da Lady Chic

giovedì 1 marzo 2018

Milano sempre si distingue...

 Trent’anni di moda italiana, dal 1971 al 2001. Una corsa tra abiti, accessori, gioielli e arredi, ma anche video, foto e sculture. Il racconto è fitto di argomenti vasti e all’apparenza inafferrabili ma ben intrecciati, come identità e democrazia, il tema del logo e i più recenti concetti di post produzione e di glocal. La mostra a Palazzo Reale, Italiana – L’Italia vista dalla moda, guarda al 1971 come data d’inizio del prêt-à-porter italiano, quando Walter Albini (1941-1983) portò a sfilare la prima collezione a sua firma, proprio a Milano

 Moda Milano, in mostra trent'anni di stile made in Italy

Moda Milano, in mostra trent'anni di stile made in Italy

Moda Milano, in mostra trent'anni di stile made in Italy

postato da Lady Chic

giovedì 15 dicembre 2016

Manequin Tree, un albero di Natale fashion

 
Si chiama "manequin tree" e sta spopolando tra le tendenze modaiole riguardo gli alberi di Natale
 

 
Era il 2013 quando, in occasione della XX edizione di 100 alberi d'autore di Natale - iniziativa a scopo benefico allora destinata ai piccoli profughi di Lampedusa - l'Accademia di Costume e Moda presentò un albero di Natale a forma di manichino. Forse era tra i primi esemplari di questa insolita "variazione sul tema", venne accolta con silenzioso clamore per poi riaffacciarsi l'anno successivo, in alcune vetrine di negozi, boutique fashion e hall di grandi alberghi.
 
 
Anche la first lady Michelle Obama ne fu affascinata e ne ospitò un paio alla Casa Bianca. Quest'anno il "manequin tree" o "dress tree" ha letteralmente spopolato, scrivendo una pagina a sé sulle tendenze riguardo l'albero di Natale.
 
 
Perché un albero-manichino?
Se non si desidera optare per il tradizionale albero bianco e rosso, non si hanno idee originali per realizzarlo o se, semplicemente, si vuole stupire parenti, amici e ospiti di ogni ordine e grado, il manequin tree è quello che fa per voi: basta organizzarsi con l'occorrente giusto e iniziare a lavorarci su con calma e attenzione.
Un manichino si trova abbastanza facilmente anche online da acquistare o semplicemente noleggiare (esistono e-store specializzati), rete metallica e pinze sono tranquillamente reperibili nei negozi di hobbistica mentre per le decorazioni vale il criterio del "tema" (colore o concept) da stabilire prima di intraprendere l'avventura!
 
 
 
Da cosa iniziare?
Sicuramente da... un manichino! Iniziare quella che può diventare una piccola opera d'arte, avvolgendo il busto con una rete metallica a trama media quindi continuare definendo una gonna lunga dandole la forma di tronco di cono.
Lasciare poi libera la fantasia per "vestire" il manichino: si può optare tra rami di abete sintetici o naturali su cui apporre addobbi tradizionali o fai da te e personalizzati ad esempio, a seconda della location dove verrà ospitato questo originalissimo albero. Al posto di un total look si può lavorare anche solo sulla parte inferiore (quindi la lunga gonna) e vestire il top con un bustier di seta anche in pendant con gli addobbi che verranno apposti.
 
 
E ora... ecco direttamente dalla rete dei social una sfilata di manequin tree: quale vi piace di più?

Postato da Lady Chic
 
 
 
 

sabato 16 luglio 2016

I gioielli XXL di Victoire


Animali multicolor, fiori sbocciati, edere rampicanti, creature fantastiche: sono loro i protagonisti del volume "Dior Joaillerie" che raccoglie quasi 15 anni di creazioni preziosamente eccessive di Martina Marchiorello


"Ho voluto sdrammatizzare la gioielleria, disimborghesirla. E' un modo forse più giovane, più contemporaneo di portare gioielli." Parola di Victoire de Castellane, esuberante direttore creativo di Dior Joaillerie, che dal 1998 traduce in forma le bizzarre visioni della sua fantasia ora raccolte nel volume "Dior Joaillerie". Visioni tanto preziose quanto colorate e fuori taglia: anelli, bracciali, spille e collane sono tutti rigorosamente macro size, un vero inno all'abbondanza. Il suo è un gusto da pin-up: le lacche hanno tonalità glossy e pigmentate, i materiali sono ricchi e opulenti. Il risultato? Gioielli che sembrano usciti da un dipinto di Botero per quanto sono eccessivi e strabordanti. 



Non a caso "il vuoto è morte" è il pensiero-guida della designer che prende ispirazione da temi cari allo stesso Dior, che amava le rose a tal punto da averne coniata una a sua nome. Quindi la botanica in tutte le sue misteriose varietà, ma anche gli animali, quei piccoli prodigi di vita le cui fattezze rendono animata anche la materia più fredda. "Cerco di non annoiarmi mai. I miei gioielli devono colpirmi, raccontarmi qualcosa, catturare il mio sguardo; da ciò deriva la mia ricerca nel campo del colore, di mescolanze strane in gioielleria" commenta la creativa che traduce il suo pensiero in collezioni caleidoscopiche, e trionfanti. Giustapposizioni di colori, materiali e stili che trasformano il suo lavoro in una fioritura di modelli da sogno, golosi come tanti bon bon. Da gustarsi pagina dopo pagina, per un'indigestione di buon gusto e lusso allo stato puro. 





Postato da Lady Chic

sabato 16 aprile 2016

Fairy Tale Fashion, una moda “da favola”


Fairy Tale Fashion, l’accostamento di queste due parole non è poi così azzardato. Tutte noi da piccole strabuzzavamo gli occhi davanti agli abiti principeschi e da sogno delle eroine delle fiabe. E tutte noi siamo cresciute con il mito (poi disincantato) di una vita da favola firmata DisneyNonostante il realismo abbia in seguito prevalso (più o meno) su di noi, non ci stancheremo mai delle meraviglie che queste favole possono regalarci. Fair Tale fashion è una di queste: è una “special exhibition” che trova le sue radici nella Grande Mela e si ispira ad un mondo onirico e ci materializza nel passato della nostra infanzia attraverso abiti che non hanno nulla da invidiare ad opere architettoniche. Questi particolari capi, ispirati a fiabe diverse, simboleggiano sempre una specifica caratteristica: possono rappresentare la vanità, il potere, la dolcezza, il lusso, il privilegio. Basti pensare a quanto significato hanno per noi delle scarpe di cristallo: abbiamo tutte ben presente il momento in cui Cinderella le perde dopo il ballo con il principe.

 Il curatore di questa special exhibition è Colleen Hill, che ha disposto ben 80 capi (tra oggetti, vestiti ed accessori) all’interno di scenografie drammatiche progettate dall’architetto Kim Ackert. Il periodo storico di riferimento a cui i designer si sono ispirati va dal XVIII secolo fino ai giorni nostri, infatti, c’è una particolare attenzione anche al XXI secolo grazie alle mani sapienti di Thom Browne, Dolce and Gabbana, Tom Ford, Giles, Mary Katrantzou, Marchesa, Alexander McQueen, Rick Owens, Prada, Rodarte, and Walter Van Beirendonck e molti altri.
Dal momento in cui il connubio con le storie fiabesche è molto forte sono esposti anche i disegni di Edmund Dulac, Arthur Rackham, e A.H. Watson risalenti al XX secolo. Come opere più recenti si possono visualizzare le gigantografie di Kirsty Mitchell ispirate al fantastico mondo di “Alice nel paese delle meraviglie”. Tra i particolari accessori ritroviamo una clutch diCharlotte Olympia che riproduce un vero e proprio libro antico.

Lo spazio della galleria  mette in mostra 15 fiabe classiche, i modelli sono disposti all’interno di quattro impostazioni archetipiche. I visitatori prima compiono una passeggiata nel bosco, all’interno del quale ritroviamo i racconti di “Cappuccetto Rosso“, “Biancaneve“, “Rapunzel”. Possiamo visualizzare diverse varianti del manto rosso di Cappuccetto Rosso a cominciare da un mantello di lana ispirato alla moda della fine del XVIII secolo fino a un cappuccio in vernice scarlatta del 2015.

Biancaneve viene immortalata attraverso un abito di organza nero tempestato di strass mentre si trovava nella sua bara di vetro. La sottosezione su “Rapunzel”, invece, comprende un abito mozzafiato della collezione autunno/inverno 2007 di Alexander McQueen, fatta dal profondo velluto verde smeraldo impreziosito con perline color rame che creano un motivo di cascata di capelli.


Il centro della galleria è dominato da un grande castello, dentro e attorno al quale vengono visualizzati i racconti “Cenerentola“, “Furrypelts“,  “La bella e la bestia“, e “La bella addormentata“. Cenerentola viene prima mostrata nei suoi stracci, da una realizzazione di Giorgio di Sant’Angelo, ovvero, una gonna fatta da chiffon tagliuzzato, e risalente al 1971. Lescarpette di cristallo di Cenerentola spettacolari sono esemplificate da un paio di scarpe prive di tacco (heels-less) del 2014 di Noritaka Tatehana, che le ha realizzate con stampante 3D con acrilico trasparente così da creare sfaccettature che riflettono la luce.


La Sirenetta ” e “Il mistero del Lago” sono rappresentati nella sezione “Mare” dell’Esibizione. L’abito- cigno di Charles James, dalla metà degli anni 1950, ha una gonna fatta da strati di rete nera, beige e marrone che formano una silhouette particolarmente aggraziata. “La Sirenetta” è rappresentato da bustier e una gonna ispirata alla coda di pesce di colore lilla di Thierry Mugler risalente al 1987.


Il percorso del Fairy Tale Fashion continua con altre due favole che ben si prestano alla realizzazione di abiti fantasiosi e archittettonici come “Alice nel paese delle Meraviglie” e “Il Mago di Oz”.


E’ il caso di dirlo: in questo caso è inutile che ci atteggiamo a donne emancipate, moderne e realiste. Queste fiabe ci fanno ancora sognare e ancor di più questi abiti che ne rappresentano l’atmosfera onirica e fantasy. Moda e favola si uniscono in una sola cosa. E d’altronde non è pur vero che attraverso lo stile riusciamo a crearci la nostra personale fiaba moderna?

Questa mostra si è tenuta a New York al Museum at Fit fino al 16 aprile 2016. 


Articolo postato da Lady Chic scritto da Gaia Ricci







sabato 9 gennaio 2016

VIVIENNE WESTWOOD




Vi voglio presentare il libro di una donna affascinante: Vivienne Westwood e Ian Kelly, "VIVIENNE WESTWOOD" (Odoya, immagini, pagg. 416)

L’incredibile vita della più stravagante icona della nostra epoca raccontata in prima persona dalla Dama del Fashion alternativo.

Dai primi originalissimi gioielli venduti sulle bancarelle di Portobello Road al vestito realizzato da sola per il primo matrimonio con Derek Westwood e la nascita del figlio Benjamin. Dalla separazione consensuale alla turbolenta relazione con Malcolm McLaren, futuro manager dei Sex Pistols, da cui nasce il secondo figlio Joseph Corré. Per arrivare all'apertura del primo negozio su King’s Road, “Let it Rock”, destinato a cambiare diversi nomi e stili fino all'attuale “Worlds End”. Dall'approdo al “Made in Italy” grazie alla collaborazione con Carlo D’Amario alla relazione platonica e culturale con lo storico dell’arte Gary Ness. Fino al secondo matrimonio “clandestino” con Andreas Kronthaler, suo giovanissimo e geniale studente di moda austriaco, nel 1992...
Ecco alcune sue famose creazioni:


Le sue creazioni sono stravaganti e forse anche pazzi ma  haute couture deve essere un mondo di creazioni fuori dagli schemi, certamente possibili per pochi, mentre gli abiti che possono indossati da tutti pur rimanendo nel campo delle firme è il 
prêt-à-porter, il pronto da portare. Guai se nell'alta moda si rimanesse in schemi restrittivi, questo è un mondo creativo ove una ventata di follia la rende esclusiva.

Post di Lady Chic